Bologna 2 agosto 1980 ore 10,25, quelle lancette immobili da 39 anni segnano il tempo della memoria.

Ricordo perfettamente quel giorno, era un sabato caldo ed assolato in Sardegna, una di quelle giornate tranquille che trascorri al mare, divertendoti tra le onde con i fratelli, quando tua madre, finalmente, ti concede di farti il bagno dopo un’abbondante colazione. Avevo 14 anni e un papà a Bologna per lavoro. Ricordo che salimmo accaldati e affamati dalla ripida scalinata che dalla spiaggia di Sa Ferula portava al parcheggio e una volta varcato l’ultimo gradino, ci accolse allarmato e spaventato un anziano castellanese che allora gestiva un piccolo ma caratteristico negozietto di artigianato sardo; lì, adesso, c’è un piccolo e non caratteristico negozio di alimentari. “Signora, non potete immaginare cos’è successo a Bologna!” gesticoló allarmato…. non capimmo ma ci spaventammo. “È scoppiata una bomba in stazione!”… il primo pensiero andò a mio padre, a suo marito, al dipendente Rai che aveva accompagnato la famiglia al mare e che era dovuto tornare all’afa di Bologna, da solo. Percorremmo il tragitto per il paese in metà tempo rispetto al solito, ma forse fu solo una nostra impressione, una suggestione dovuta al non sapere cosa fosse accaduto alla nostra città, d’altronde, non esistevano i cellulari e la distanza spazio-temporale era amplificata e spietata perché ti lasciava sospeso nel dubbio, nella paura, nell’ignoto. Arrivammo sudati e con i costumi ancora bagnati a casa di zia Maria che non sapeva nulla, stava preparando il pranzo e la TV era spenta, era una tranquilla domenica d’estate. L’esuberanza dei ragazzi, si sa, spinge a compiere azioni mosse dall’emotivotà e dalla sfrontatezza: ricordo che aggredimmo la televisione con lo stesso impeto con il quale si affronta una persona che deve darti una cattiva notizia ma non trova il coraggio di farlo; accendemmo, fummo travolti da immagini spaventose, mucchi di macerie, volti terrorizzati e insanguinati, voci disorientate come di cronisti appena svegliati e catapultati in un incubo senza preavviso… dovere di cronaca. Quello schermo era impietoso, rilasciava immagini senza filtri, scene che bambini dell’età dei miei fratelli e un’adolescente in balia delle emozioni e degli ormoni, come me, non avrebbe mai dovuto vedere…. sarebbero state indelebili. Mia madre riuscì, per un istante, a liberarsi dalla morsa crudele della televisione e prese il telefono per cercare di contattare mio padre, ci riuscì, era alla Rai, in via Alessandrini, poco distante dalla stazione, stava bene, spaventato ma al sicuro…. “mamma Rai” lo aveva protetto! A distanza di quasi 40 anni, quel ricordo è ancora vivo nella mia memoria e nel mio cuore e ogni volta riapre una ferita che non si rimarginerà mai, pur non avendo subito perdite, come invece è accaduto ad altri meno fortunati di noi.

Bologna, la mia città, non merita l’oblio di quella “tranquilla” giornata d’estate, la memoria va salvaguardata e custodita perché il neofascismo venga sconfitto e non trovi mai più humus grazie al quale sopravvivere e rafforzarsi.

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